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Quotazioni petrolifere (crudeoil): prezzo del petrolio WTI e Brent

Le quotazioni petrolifere rappresentano il valore attuale del prezzo del petrolio (crude oil), l’oro nero, ed in particolare si riferiscono al Brent e al WTI e il loro prezzo è quotato in dollari statunitensi (USD)

Il Brent crude oil e il WTI crude oil conosciuti rispettivamente come UKOIL e USOIL sono tra i beni più scambiati nei mercati internazionali.

Brent crude oil

WTI crude oil

Il Brent è il petrolio estratto nei mari del nord tra l’Inghilterra e la Scozia, è di qualità inferiore al WTI ma nella determinazione del prezzo del petrolio il Brent ha un peso pari a due terzi.

Il WTI è il petrolio che viene scambiato al NYMEX, la più importante piazza mondiale per la negoziazione dei futures e delle opzioni su materie prime e prodotti energetici, e, sebbene  qualitativamente migliore del Brent, nella determinazione dei prezzi ha un peso del restante terzo.

Le quotazioni petrolifere in tempo reale sono disponibili nei grafici qui sotto ed è essenziale averle sempre sottomano se vuoi diventare un investitore nel mercato del petrolio.

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Quotazione del Brent in tempo reale




Quotazione del WTI in tempo reale



Quotazione del petrolio in tempo reale

Tutti possiamo diventare imprenditori nel settore petrolifero, non occorre possedere giacimenti di petrolio o essere ricchi sfondati, basta seguire il mercato su un grafico come questo, tenersi informati sulle news di settore ed essere pronti ad investire nel mercato al rialzo o al ribasso al momento opportuno sfruttando proprio le quotazioni petrolifere che quotidianamente subiscono moltissime oscillazioni. Molti sottovalutano il fatto che per diventare degli esperti trader occorre saper investire in tutti i mercati, ma non è così. Un trader professionista è colui che sfruttando i mercati, anche uno solo, riesce a trarre un guadagno tale da permettergli di poter vivere di trading. Posso non capire nulla di mercati azionari, di indici di borsa o di Forex, ma posso ad esempio essermi specializzato nel mercato del petrolio mantenendomi costantemente informato sulle principali news di settore e soprattutto osservando con molta attenzione le quotazioni petrolifere in tempo reale. Seguendo tutti i giorni le quotazioni del petrolio anche in time frame a 1 minuto se necessario, possiamo riuscire a captare quali potranno essere i prossimi movimenti di mercato e  sfruttarli per i nostri investimenti. Una materia prima importantissima, fondamentale che tutti i giorni subisce discrete oscillazioni che possono permettere a chi impara a sfruttarle di ottenere degli ottimi risultati. Per investire nel petrolio, oltre a disporre di un grafico in tempo reale come quello che segue nel quale sono mostrate le quotazioni in tutti i time frame occorre disporre di un valido broker che ti permetta di sfruttare il mercato, pertanto di seguito troverai anche la nostra tabella con quelli che per noi sono attualmente i migliori broker per investire online nel petrolio.

Il grafico rappresenta la quotazione in tempo reale del WTI (standard del petrolio quotato in borsa), il classico USOIL sul quale quotidianamente avvengono numerosissime transazioni. Il grafico è impostato in un time-frame daily, ma, agendo sul pulsante del time-frame potete variare il periodo di visualizzazione ad esempio impostando un grafico a 4 ore, a 1 ora, fino ad arrivare a 1 minuto. Potete anche visualizzare un grafico settimanale o mensile del prezzo del petrolio. Su questo grafico potete fare analisi tecnica e studiare delle strategie di investimento per speculare sull’andamento dei prezzi del petrolio. Potete anche scegliere di impostare al posto delle candele giapponesi le candele Heikin Ashi per filtrare i rumori di mercato ed eventualmente applicare apposite strategie. Questi per noi sono i migliori broker che permettono di investire sull’andamento dei prezzi del petrolio.

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Petrolio: un po’ di storia

prezzo petrolio Il petrolio (olio di pietra) o ancora più comunemente oro nero è noto all’uomo fin dall’antichità, e veniva utilizzato nei modi più vari: come lassativo, come bitume per utilizzi nautici o edili, come combustibile e quindi anche come arma. Tuttavia lo sfruttamento di questa risorsa naturale era limitato, per ovvi motivi tecnologici, ad alcuni giacimenti superficiali o affioranti. Per giungere ad uno sfruttamento del petrolio come lo conosciamo oggi, ossia tramite estrazione per trivellazione di pozzi sotterranei più o meno profondi, bisogna attendere fino alla metà dell’ottocento negli Stati Uniti, dove nel 1850 in Pennsyvania fu avviato il primo pozzo petrolifero moderno. Le applicazioni erano tuttavia ancora limitate all’utilizzo come combustibile per lampade, al posto dell’olio di balena. Come è facile intuire, il grande slancio all’industria del petrolio fu dato agli inizi del ‘900 dall’invenzione del motore endotermico, ed a tutt’oggi questo rimane ancora la più grande fonte di introiti per le compagnie petrolifere. Importante naturalmente è anche il suo utilizzo come materia prima nella industria chimica, e specialmente nella produzione delle cosiddette materie plastiche. L’evoluzione di questo settore ha inizio quasi in contemporanea con l’apertura dei primi pozzi, ed ha portato ad una vera e propria rivoluzione nel modo di produrre la quasi totalità degli oggetti che ci circondano. Il petrolio così come viene pompato in superficie dai pozzi è definito greggio, ed è una miscela più o meno densa di idrocarburi e materiali di scarto in sospensione come sabbia e altre impurità. Deve quindi subire un processo di raffinazione che elimina le impurità e separa i vari idrocarburi, utilizzati poi in campi differenti. La purezza del petrolio estratto è una delle due componenti che hanno fatto e fanno a fortuna delle compagnie e di intere nazioni, dato che ovviamente un petrolio più pulito comporta minori costi di raffinazione e perciò un maggiore margine di guadagno. L’altra componente è chiaramente la facilità con la quale si riesce ad estrarre il greggio: anche ad un non addetto ai lavori salta subito all’occhio la differenza tra trivellare un pozzo di superficie sulla terraferma ed in una zona accessibile, a fronte dello sfruttamento di un pozzo profondo migliaia di metri in alto mare. Come tutte le materie prime, il petrolio è da lungo tempo scambiato sui mercati borsistici. Quando troviamo nelle pagine economiche il prezzo del petrolio, esso è sempre espresso in dollari per barile. Si tratta di una misura del sistema americano equivalente a poco meno di 160 litri, ed adottata in tutto il mondo come standard quando si parla di petrolio.

Dove viene quotato il petrolio

Attualmente il petrolio viene scambiato principalmente su due mercati, entrambi americani: la borsa metalli e materie prime energetiche di New York e l’equivalente di Atlanta. Due sono le tipologie di petrolio di riferimento: il WTI ed il Brent. Il primo è uno standard basato sul petrolio prodotto in Texas, mentre il secondo è un insieme dei petroli prodotti nei pozzi del Mare del Nord. Fino ad alcuni anni fa il Brent veniva quotato anche sulla borsa di Londra. Sia chiaro che non tutto il petrolio che viene scambiato passa da questi due mercati, semplicemente nel tempo si è stabilita la convenzione di usare il prezzo di questi due tipi di petrolio come riferimento per tutti i mercati. Con l’aumento dei prodotti finanziari derivati, anche nel mercato del petrolio si è assistito ad una impennata della compravendita di contratti futures, ossia quelli che garantiscono il diritto di acquistare una data quantità ad un prezzo definito ad una scadenza. A differenza dei contratti normali, questi possono essere commerciati speculando sulla differenza di prezzo senza mai in realtà dover acquistare il bene cui si riferiscono. Gran parte degli scambi giornalieri sono effettuati con questo tipo di contratti, che hanno anche il vantaggio, chiaramente solo per gli speculatori, di poter essere moltiplicati praticamente all’infinito, senza quasi più una relazione con la quantità di petrolio effettivamente circolante, proprio perché gli speculatori non concludono mai l’affare con pagamento e consegna, ma lo lasciano scadere senza esercitare il diritto. Come se tutti i correntisti andassero in banca a chiedere tutti i propri soldi lo stesso giorno, allo stesso modo se tutti chiedessero la consegna della merce sottostante a tutti i futures, semplicemente il mercato imploderebbe. Il petrolio è però un bene di largo consumo, perciò esiste anche un enorme volume di scambi reali, ed una fitta rete di correlazioni tra fattori che incidono in maniera più o meno marcata sulla formazione del prezzo. Tuttavia volendo semplificare al massimo si può dire che i paesi produttori hanno decisamente il coltello dalla parte del manico. Per capire perché basta spiegare brevemente il concetto di domanda e offerta elastica o anelastica. Il petrolio è un bene di consumo con domanda anelastica e offerta elastica: se dobbiamo usare l’auto per andare al lavoro, difficilmente smetteremo di usarla dato che il prezzo della benzina è salito, e questa è la domanda anelastica, mentre il produttore potrà scegliere se produrre più o meno petrolio per far alzare o abbassare il prezzo quasi a suo piacimento. Questo potere dei produttori appare ancor più evidente se si considera che gli aderenti all’Opec, l’associazione che riunisce i maggiori paesi produttori, producono il 42% del petrolio mondiale, e detengono ben il 78% delle riserve accertate. L’Arabia Saudita produce da sola più del 13% del petrolio mondiale, e si tratta di petrolio di qualità e di facile estrazione su terra. Questi paesi sono quindi detentori di un potere enorme sull’economa mondiale, potere che è diventato clamorosamente evidente negli ultimi anni, quando i Sauditi in particolare hanno deciso di aumentare il livello di produzione per abbassare il prezzo, con il fine di spingere fuori dal mercato i produttori con più alti costi di estrazione e raffinazione. Purtroppo non c’è azione che possa ribattere a questa strategia detta in gergo dumping, o meglio ci sarebbe, ma è la chimera di ridurre la dipendenza dal petrolio. Esiste però un’arma per ribattere al problema opposto ossia, ed è capitato in passato, quando i paesi produttori limitano l’immissione di greggio sul mercato per aumentare il prezzo. In quel caso come successe qualche anno fa, paesi come gli Stati Uniti che da sempre mantengono grandi riserve di petrolio, possono decidere di riversarlo sul mercato per calmierare il prezzo. Anche alcuni avvenimenti dal lato della domanda hanno il potere di movimentare il prezzo, ad esempio un rallentamento di economie forti importatrici di oro nero, come la Cina, può avere degli effetti di abbassamento del prezzo. Ma abbiamo visto come il mercato petrolifero sia fortemente sbilanciato dalla parte dell’ offerta, perciò ai produttori basterà rallentare la produzione per far rialzare il prezzo al livello voluto. Il prezzo del petrolio è quindi uno dei più influenzabili, e tale cognizione fa vedere sotto una luce diversa la quantità di annunci e spiegazioni che vengono dati in pasto al pubblico ogni volta che c’è una variazione di prezzo. Per esempio fino ad un anno fa la corsa al rialzo del prezzo del barile sembrava inarrestabile, e ci si affrettò a dire che ciò era dovuto al raggiungimento del picco di produzione ed alla consapevolezza che le scorte fossero destinate ad esaurirsi a breve. Sembrava un processo irreversibile, e invece il prezzo è crollato negli anni successivi, per i motivi che abbiamo accennato sopra, fino ad un livello tale da mettere in seria difficoltà economie di paesi come il Venezuela e la stessa Russia, che basavano i loro programmi su un prezzo almeno doppio di quello attuale. E’ però vero che il barile di oro nero ha avuto un andamento di prezzo quasi sempre crescente nella sua storia. Il petrolio del primo pozzo attivo Delle Pennsylvania che abbiamo citato sopra, veniva venduto a 50 centesimi di dollaro al barile. Durante la guerra civile il prezzo salì fino a 8 dollari, per poi riscendere durante la cosiddetta lunga depressione ai livelli iniziali. In sostanza si ha poi qualche sbalzo ma è da dopo la seconda guerra mondiale che inizia la vera crescita esponenziale della quotazione trainata dalla ricostruzione dell’Europa. Gli eventi si spostano poi sul Medio Oriente: in seguito alla guerra dello Yom Kippur, che vede Israele contrapposta agli stati arabi circostanti, questi, vedendosi sconfitti decidono un embargo petrolifero che fa schizzare il barile, si fa per dire, a 7.6 dollari. Ma il vero colpo lo da la rivoluzione in Iran, che fa decadere i privilegi di cui le compagnie, specie quelle anglo americane, godevano sotto il governo dell Scià. Si arriva così al nuovo massimo storico di quasi 35 dollari nel 1981. Lo shock viene progressivamente metabolizzato fino a raggiungere un minimo relativo di 9,75 dollari nel 1988. Le varie oscillazioni successive portano al nuovo massimo di oltre 41 dollari nel 1990, a causa dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein ed della conseguente invasione dell Iraq da parte di forze internazionali. Andando avanti veloce vediamo come l’anno più interessante, dopo gli ovvii movimenti all’indomani del 11 settebre e della successiva seconda guerra del Golfo, sia il 2008, anno della deflagrazione della crisi economica mondiale. Nel breve volgere di cinque mesi, da luglio a dicembre, il barile pasa dal massimo assoluto sopra i 147 dollari al barile, ad un minimo relativo altrettanto stupefacente di 32 dollari e mezzo. Uno sbalzo inconcepibile che avrafatto la fortuna e la rovina di molti operatori, che probabilmente avranno messo molto del loro per alimentarlo. Si assiste ad una progressiva risalita fino ai 115 dollari raggiunti nel 2011 per poi dare inizio alla inesorabile discesa innescata dallo smisurato aumento della produzione deciso come abbiamo visto dai Sauditi. Venendo ai giorni presenti il petrolio quota stabilmente tra i 30 ed i 40 dollari al barile, tutti i tentativi di rompere al rialzo sono stati assorbiti velocemente dal mercato, trascinando in basso ripetutamente i listini. Recentissimamente il fallimento del summit Opec, che doveva porre un freno alla sovraproduzione per far tornare il prezzo ad un livello sostenibile per tutti, e prima la fine dell’embargo economico all’Iran, che promette di inondare a breve il mercato con la sua ingente produzione, hanno ancorato il prezzo sui minimi storici raggiunti in questi mesi, ed hanno acceso un faro su quello che sarà il probabile andamento nei prossimi anni. L’outlook rimane quindi di un prezzo che si manterrà basso ancora a lungo, zavorrato dalla intransigenza dei Sauditi, disposti a giocarsi buona parte delle proprie riserve economiche pur di buttar fuori dal mercato i concorrenti, e dalla voglia degli Iraniani di sostenere con gli introiti del petrolio il passaggio ad una economia consumista occidentale, anche a costo di doverlo svendere. Resta da vedere se paesi come la Russia, che affronta una grave crisi per il petrolio basso, resteranno a guardare oppure no, ottica nella quale può essere letto il recente intervento militare in Siria.

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